Il trend è innegabile, forse irreversibile nel breve periodo. Per ogni giovane che arriva dai Paesi avanzati emigrano 8.5 italiani, un numero che supera di gran lunga l'arrivo di giovani stranieri in Italia.
Oggi, un giovane italiano su tre (Z e Alpha Gen) sogna di vivere all'estero attratto da condizioni di vita e di lavoro che nel nostro Paese sono sempre più difficili da raggiungere. Non è più solo una tendenza passeggera, ma un vero e proprio orientamento generazionale che sta ridisegnando il tessuto sociale ed economico del nostro Paese. Questo esodo è più che un fenomeno statistico, è una chiara ricerca di opportunità e stabilità che i giovani italiani sentono di non poter ottenere in Italia, un orientamento molto lontano dallo stereotipo del giovane che non ha voglia di «faticare» o «sacrificarsi».
Ma quali sono le ragioni profonde di questo esodo e come trattenere i nostri giovani? Come rendere l'Italia un Paese in cui tornare a sognare e a costruire il proprio futuro? Soprattutto, quali le possibili soluzioni?
Come stanno le cose: la realtà dei numeri
Siamo a un bivio, e i numeri sul calo demografico lo confermano. L'Italia è un Paese con una popolazione sempre più anziana, anche nel mondo del lavoro, con sempre meno giovani e quelli che ci sono, sempre di più, se ne vogliono andare.
Il quadro che emerge dai dati recenti è chiaro:
- Oltre il 40% dei laureati sceglie di lasciare l'Italia, in particolare partono da regioni tradizionalmente «ricche» come Friuli-Venezia Giulia, Lombardia ed Emilia-Romagna.
Se neanche le regioni più prosperose riescono a trattenerli allora bisogna creare un ambiente che i giovani non vogliano lasciare. Servono politiche che incoraggino l'occupazione e la crescita professionale, incentivi per i giovani imprenditori e, soprattutto, una vera e propria rivoluzione culturale e sociale. È necessario un impegno comune, in cui Stato, imprese e società civile, università e scuole si uniscano per generare opportunità concrete e condizioni di vita dignitose a prova di presente, oltre che di futuro, in cui i ragazzi possano sentire che valga la pena restare al fine di costruire futuro con il loro apporto.
- In Italia, solo il 51% dei diplomati si iscrive all'università e, tra questi, appena il 53% si laurea entro i tempi previsti, contro una media OCSE del 68%.
- Nonostante il calo, nel 2022 il tasso italiano di abbandono scolastico del 11,5% resta sempre sopra la soglia europea del 9,6%.
L'istruzione, ormai, è un «vuoto a perdere»: l'investimento del sistema educativo italiano — scuole superiori e università — è solo un costo se i giovani se ne vanno, un investimento di cui beneficiano altri paesi, una perdita non solo per chi non ha motivo di studiare — vedi il tasso ancora alto di abbandono scolastico — o di chi, pur essendosi iscritto all'università non riesce a laurearsi, ma anche per il Paese nel suo complesso, che perde ogni anno risorse potenziali in una situazione di ricambio generazionale già fortemente compromessa.
E poi ci sono gli EET: i giovani imprenditori, a prescindere.
Sta emergendo un trend meno raccontato: gli EET (Employed, Educated and Trained), in controtendenza con la narrazione dominante sui NEET (Not in Education, Employment or Training).
Sono giovani imprenditori che scelgono di rimanere in Italia e fare impresa contribuendo al rilancio del Paese, in questo scenario sembrano quasi un'apparizione. Sono 144.000 under 30 (35% al Sud) che, attraverso l'autoimprenditorialità, innovano settori strategici come comunicazione digitale, pubblicità, ricerche di mercato, consulenza aziendale, gestionale, informatica… spiazzando la concorrenza delle generazioni precedenti. Dal 2017 (Studio Censis e Confcooperative), le imprese giovanili italiane in questi ambiti sono triplicate, nonostante un contesto strutturale di sistema complicato e difficile.
Il lato oscuro però c'è: la polarizzazione del mercato del lavoro giovanile. Il tasso di occupazione dei giovani laureati è aumentato del 3,1%, mentre quello dei giovani meno scolarizzati è calato del 2,7%, soprattutto in alcuni ambiti come la sanità e dall'assistenza sociale (-40.2%), ma anche nelle attività ricreative (-308%), nel commercio e nella ristorazione.
Problemi e soluzioni: la «fuga dei cervelli» non è un fenomeno casuale, ma il risultato di fattori strutturali
Problemi
- Sempre meno giovani nella popolazione con gravi impatti sul ricambio generazionale nel lavoro e per la stabilità del sistema e delle pensioni (non si escludono tagli alle pensioni)
- Mercato del lavoro iniquo tra i generi, poco dinamico e meritocratico
- Retribuzioni inferiori rispetto ad altri paesi europei
- Poca conoscenza delle reali sfide globali all'orizzonte dei nuovi orientamenti valoriali generazionali e poca apertura mentale da parte di manager e imprenditori
- Limitata mobilità sociale e flessibilità lavorativa
- Scarsi investimenti in ricerca e sviluppo e nelle università da parte di privati e istituzioni
- Burocrazia complessa per chi vuole fare impresa e mancanza di politiche fiscali agevolate per startup giovanili
Soluzioni
- Retribuzione eque e competitive con l'Europa, in cui donne e uomini abbiano la stessa retribuzione
- Potenziare il collegamento università-imprese per facilitare il passaggio dall'università al mondo del lavoro
- Apertura allo scambio e integrazione-inclusione di modelli culturali e socio-economici internazionali possibili con l'attrazione, e non esclusione, di giovani da tutto il mondo
- Riformare i modelli educativi e didattici con l'introduzione attiva e non ideologica di materie STEM
- Creare programmi di formazione-sviluppo e di RE-UP Skilling per tutte le fasce d'età, che attraggano non solo i giovani italiani sul territorio o all'estero, ma anche risorse da tutto il resto del mondo
- Ambienti di lavoro diversity oriented, più inclusivi e stimolanti
- Politiche di welfare aziendale distinte per fascia d'età, ESG e healthy-oriented
- Apertura all'immigrazione senza distinzione di età orientata alla gestione delle presenze sul territorio e non alla deportazione
Il futuro dei giovani italiani e dell'Italia dipende dalle decisioni di oggi
Il fenomeno della fuga dei giovani si intreccia inevitabilmente con il calo demografico, creando un circolo vizioso che compromette, e lo farà sempre di più, la sostenibilità del sistema paese. La sfida che abbiamo davanti è complessa ma non impossibile.
C'è poco tempo per costruire un'Italia diversa ma richiede un cambio di mentalità collettivo, una visione a lungo termine e un impegno concreto per ridefinire un ambiente nel quale giovani e adulti, di ogni età e provenienza, possano non solo crescere e vivere, ma anche sognare e realizzare i propri progetti.
La vera sfida non è fermare chi vuole partire, ma creare le condizioni perché restare, arrivare o tornare sia una scelta desiderabile e non una rinuncia.
Il titolo di questo articolo prende spunto dalle parole del prof. Gubitta, che ringrazio e con il quale ci siamo trovati tra i relatori dell'evento «Il CENACOLO dell'impresa» di Confindustria Veneto, in un interessante scambio dedicato a AI e industria umanocentrica. Inoltre, grazie anche a Gianluca Toschi e gli amici della Fondazione NordEst che mi hanno coinvolta nell'evento «L'impresa del futuro» di OBR Veneto per la presentazione del rapporto «Monitoraggio valutativo 2023», anche questo fonte ispirativa per i dati di questo articolo.